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MEGLIO TARDI CHE MAI

Adesso che lo psicodramma di Ignazio Marino è finalmente terminato è venuto il momento di fare alcune valutazioni. Intanto, di tutta questa storia la cosa che rimane incomprensibile è l’atteggiamento tenuto da Renzi. Perché prolungare per tutto questo tempo l’agonia di una sindacatura che aveva fin dall’inizio tutti i virus che l’hanno portata a questo epilogo? Perché dare a lui e alle sue varie e scombinate giunte, una copertura che finiva col trasferire sull’inquilino di Palazzo Chigi le colpe di quello del Campidoglio? La risposta è che la scelta di Renzi era ben ponderata, perché elezioni anticipate avrebbero portato al Comune di Roma un Sindaco pentastellato.

Ora che questo potesse accadere, è vero, ma a maggiore ragione lo è ancora di più oggi, dopo lo spettacolo offerto non solo da Marino ma anche dal Pd romano. Come poteva pensare, Renzi, di non pagare un prezzo allo sfacelo romano?

Dato che si può escludere che a Renzi difetti l’astuzia, una spiegazione ci deve pur essere. Il segretario dei Democratici appare fermamente intenzionato a smontare pezzo a pezzo il partito che ha ereditato, per trasformarlo in qualcosa di profondamente diverso. Non più “la ditta” post-comunista, né l’Ulivo in cui la sinistra cattolica legittimava quella comunista come forza di governo. E comunque non più un partito di sinistra, ma genericamente riformista. Dunque, l’obiettivo del segretario del Pd era, ed è, quello di lasciar letteralmente disintegrare un pezzo tra i meno controllati e controllabili del suo partito, facilitando il processo di radicale trasformazione.

Si potrebbe obiettare dicendo che a furia di perdere pezzi o lasciare che esplodano, perde anche i voti. Beh, qui scatta un’altro degli elementi caratteriali di Renzi: la presunzione. Forte di una capacità comunicativa che è pari alla sua spregiudicatezza politica, immagina di potersela sbrigare da solo con gli italiani. Anzi, pensa: tanto più sarò privo di compagnie (specie di vecchio stampo) e dimostrerò una forte tendenza all’accentramento dei poteri e al decisionismo, tanto maggiore sarà il consenso che riuscirò, trasversalmente, ad attrarre. 

Quindi le dimissioni di Marino non sono un segno di debolezza o una sconfitta di Renzi anche se occorre fare alcune considerazioni. Come pensa, Renzi, di dimostrare questa attitudine a Roma, nell’individuare il nuovo sindaco? Qualcuno gli sta suggerendo di indirizzarsi verso un candidato bipartisan. Forse, vista la situazione deve essere capace di individuare un soggetto politico cittadino, oltre che un leader, fuori dagli attuali schieramenti, che rappresenti il nucleo del futuro partito riformista, post Pd ma anche post Forza Italia e forze centriste. E altrettanto dovrà essere capace di fare a Milano.

In conclusione, bene passare nel tritacarne il Pd, partito nato vecchio per essere nuovo e troppo conservatore per essere moderno. Nessuno, tranne la truppa sempre più esigua di nostalgici, lo rimpiangerà quando sarà anche formalmente defunto. Ma al suo posto non ci può essere solo Renzi. La storia di Forza Italia è lì ad insegnare che senza personalità forti ed autonome e senza una cultura politica, non si combina niente di buono quando si è al governo e si sparisce quando si va all’opposizione, chiunque sia il leader. 

Renzi, finora, è stato abilissimo nella parte che distrugge, molto meno in quella che costruisce. Roma sarà un banco di prova decisivo per il suo futuro.

 

 

Addì, 10 ottobre 2015

 

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