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Attenzione al vento populista

Hanno ragione quegli osservatori che hanno detto come l’ascesa del partito di Marine Le Pen fosse prevedibile ben prima della strage terroristica di Parigi del 13 novembre, e che dunque essa è figlia anche e soprattutto di molte ragioni del tutto estranee alla paura per le azioni sanguinarie dell’Isis. Elettori che hanno espresso quel voto perché delusi dalla pochezza della politica dei partiti a vocazione di governo e dall’inconsistenza dell’Europa, oltre che spaventati dagli attacchi terroristici. Il merito della vittoria non è della signora Le Pen, il demerito è di Hollande, di Sarkozy che non hanno saputo dare risposte riformiste capaci di cogliere gli epocali processi di trasformazione in corso, all’ansia di certezze che pervade la società francese come quella italiana e di tutta Europa.

Ora, però, si deve considerare che in Italia il soggetto che più risponde alle caratteristiche che hanno portato alla vittoria lepenista in Francia è il Movimento 5 stelle. E non è un fenomeno marginale, perché è già alla soglia della vittoria elettorale. Non è un caso che chi descrive il quadro politico riveniente dalla nuova legge elettorale voluta da Renzi, lo tratteggia con il Pd e i grillini al ballottaggio a contendersi la vittoria finale e dunque aggiudicarsi il ricco (e assurdo) premio in seggi. 

Qui Renzi deve essere capace di fare un’analisi scevra dall’autoreferenzialità, se vuole evitare di vedersi travolgere dall’ondata proveniente dall’altra parte delle Alpi. A Renzi serve fare sostanzialmente due scelte: evitare di cadere nella trappola di voler rincorrere i populisti e cambiare registro nell’impostazione programmatica del suo governo. La prima discende da due semplici valutazioni: per quanto s’impegni, Grillo sarà sempre più efficace di lui come populista; la sua sarebbe un’inutile rincorsa, visto che non sono i populisti a vincere ma i leader e i partiti di governo, conservatori o riformisti che siano, a perdere. E da questa considerazione si ricava la ragione della seconda scelta che Renzi è chiamato a fare, quella di ripensare la cifra programmatica della sua proposta di discontinuità rivolta al Paese. Basta con gli 80 e i 500 euro, i salvataggi degli investitori in titoli bancari in nome di una presunta “emergenza umanitaria” e altri provvedimenti similari pensati in chiave di acchiappo del consenso. Dia agli italiani una politica economica meno buonista e più incisiva, di largo respiro, tesa a rilanciare gli investimenti e ad abbassare il debito pubblico con un grande “piano Marshall” di rilancio del Paese che passi attraverso la conversione di una larga fetta della spesa pubblica corrente in investimenti in conto capitale, attraverso la messa in gioco del patrimonio pubblico, attraverso uno smagrimento della funzione assistenziale dello Stato con relativo cambiamento strutturale della Pubblica Amministrazione. E offra la serietà di questo grande piano all’Europa per acquisire quella credibilità e autorevolezza, che oggi ci mancano, per indicare all’eurosistema la giusta strada del cambiamento, anziché abbaiare e non mordere come accade ormai da troppi anni a Bruxelles e perfino a Francoforte (nonostante Draghi).

O fa così, o corre il rischio che la sua riforma del sistema elettorale gli ritorni sulla faccia come un clamoroso boomerang. Per lui pazienza, ma per l’Italia sarebbe un disastro.

 

Addì, 12 dicembre 2015


 

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