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Non si può piacer a tutti

Dopo la fase più turbolenta dei quasi due anni di vita del governo Renzi si concretizza l’ipotesi di elezioni anticipate.

Con l’inizio dell’anno, per Renzi le cose si mettono male. Aveva chiuso il 2015 con un risultato sul fronte dell’economia piuttosto modesto, quantomeno se confrontato con le roboanti dichiarazione circa la ripresa e l’Italia che si è rimessa in moto. Inoltre, la curva di crescita del pil è andata rallentando di trimestre in trimestre, per cui quei 7 o 8 decimi di punto di aumento della ricchezza nell’anno sono stati accumulati nella prima parte del 2015. Il 2016 si apre frenante, anziché in accelerazione. E se a ciò si aggiunge che nel frattempo la congiuntura mondiale e il quadro strategico internazionale sono ripiombati in un clima grigio, tanto da far parlare di ritorno al 2008, ecco che le previsioni di crescita di un punto e mezzo per il 2016 appaiono fin d’ora una pura assurdità. Questo Renzi lo sa e il passare del tempo rischia di giocare a suo sfavore. Più si aggiunge l'intoppo inatteso della vicenda Etruria, che ora pesa. È dunque per questo, per ragioni di politica interna, che Renzi decide di lanciare l’attacco all’Europa. Lo scopo è duplice: distogliere l’attenzione dalle questioni più spinose e pescare nel mare dei consensi che i populisti nostrani, leghisti in testa, riscuotono quando parlano male dell’Europa e dei tedeschi. Naturalmente Renzi ha argomentazioni valide, anche se le esprime in modo un po’ becero. Così le reazioni di Merkel e Juncker non si fanno attendere. I mercati “leggono” la scena, imbastiscono una bella operazione ribassista che picchia sulle banche italiane. Costringendo l’unica voce autorevole, Draghi, a intervenire per mettere fine al massacro. Nel frattempo il premier è riuscito a litigare anche con Banca d’Italia, Consob, establishment Ue, ambasciatori italiani e stranieri e Chiesa (persino Bergoglio sulle unioni civili l’ha bacchettato).

Hollande, che gli ha chiesto inascoltato di non aiutare sfacciatamente la Philip Morris (vedi decreto del 23 dicembre sul tabacco) e che si è legato al dito di non avere avuto solidarietà concreta dopo la reazione agli attentati di Parigi, non lo può vedere. Il quadro è reso ancor più pesante dal fatto che in ballo ci sono questioni decisive per l'Italia in Europa, dal via libera sul bilancio, sull’Ilva, alla spinosa problematica dei migranti e delle frontiere. Questioni sulle quali potrebbe scaricarsi l’ira dei nemici.

Anche qui, Renzi capisce perfettamente i pericoli che corre. Così come i suoi nemici non avvertono che il momento è propizio per colpire. Pochi l’hanno notato, tutti intenti com’erano a osservare che i voti di Verdini e Tosi sono stati decisivi per far passare la riforma costituzionale, ma nei giorni scorsi il governo è andato sotto al Senato su un voto segreto relativo ad una norma sugli incidenti stradali: c'é da scommettere che i franchi tiratori – presumibilmente Pd – nemmeno conoscessero i contenuti di quella legge, e che dunque si trattasse di un vero e proprio avvertimento. Della serie: possiamo farti sgambetto quando vogliamo.

A fronte di questa situazione, qualcuno che si è premurato di esplorare gli umori del Presidente, ha trovato un Mattarella fermo su un punto: se il governo Renzi dovesse cadere, si andrebbe dritti alle elezioni. Un’intenzione che conoscono tanto Renzi, che ne è contento, quanto i suoi nemici, che invece speravano in altri scenari. Ma che costringe l’uno e gli altri a farsi due conti. Infatti, Renzi è quello che avrebbe più interesse ad andare al più presto al voto: prima che le brutte carte dell’economia si girino e per evitare il logoramento che in Europa sono in grado di procurargli. Ma è il percorso che lui stesso aveva disegnato per la riforma costituzionale e la legge elettorale a fregarlo. Perché la (pessima) trasformazione del Senato in camera pseudo federale richiede una seconda lettura in entrambi i rami del Parlamento (ben che vada si finisce ad aprile-maggio) e poi ci sarebbe il referendum confermativo (previsto ad ottobre), in vigenza del quale non si possono sciogliere le camere. Inoltre quell’obbrobrio dell’Italicum diventa esecutivo a luglio.

Ora, Renzi potrebbe anche dimenticarsi del referendum (della serie, referendum = stai sereno), ma in questo caso pur di scompaginargli i giochi sarebbero i suoi avversari a richiederlo e saremmo punto e a capo. Aggiungete i 45 giorni necessari per liquidare la legislatura, e vedrete che è tecnicamente impossibile andare al voto, con il nuovo Senato e la nuova legge elettorale, prima del febbraio-marzo 2017. Troppo tardi per Renzi per evitare di finire come Berlusconi, ma anche troppo tardi per i suoi nemici, che invece hanno tutto l’interesse ad andare alle elezioni con una modalità di conteggio dei voti che non sia quella iper-maggioritaria studiata da Renzi su misura per sé.

E allora? Allora, può darsi che questo doppio empasse blocchi tutto e si vada, come fino a ieri era previsto, alle amministrative a giugno, al referendum a ottobre e nei primi mesi dell’anno prossimo alle politiche. Così come, invece, è possibile che si acceleri tutto e si faccia la crisi di governo prima del completamento dell’iter della riforma costituzionale. Lasciando il Senato così com’è e votando con il proporzionale stabilito dalla decisione con cui la Corte Suprema aveva bocciato il “porcellum”. E, paradossalmente, potrebbero ritrovarsi a decidere di scegliere questa strada tanto Renzi quanto coloro che lo vogliono morto. Allacciate le cinture.

 

Addì, 23 gennaio 2016

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